L’arte invisibile. Radiodrammi, melo-radio e gallerie di varia umanità

Il canto del cigno

Il canto del cigno

17.03 / 2021

18.40

Rete Toscana Classica

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Il canto del cigno è sinonimo di un addio. Addio alle scene, ma anche alla vita. E proprio perché l'ultimo canto è il più bello. Celebrazione di una vita dedicata all’arte, è un dono per chi resta. Fin dai tempi più antichi, si pensava che il cigno, animale molto caro ad Apollo, incontrasse la morte nel segno della bellezza poiché felice di potersi ricongiungere al dio.

Ma non ci sono né pacifica arresa né divini presagi ne Il canto del cigno di Anton Cechov, atto unico del 1887, scritto all’età di 26 anni. Il sottotitolo è Calcante, personaggio di un’operetta buffa francese del 1864, La belle Hélène, che da mitico indovino greco, viene desacralizzato e reso ipovedente poiché offuscato dai fumi (e dagli arrosti) della mondanità. Ed è proprio questo il ruolo interpretato dal protagonista, Vasilij Vasil’ic Svetlovidov, un vecchio attore comico di 68 anni, per la sua serata d’onore.

L’azione difatti si svolge sul palcoscenico di un teatro di provincia, di notte, dopo lo spettacolo. Svetlovidov esce dal suo camerino: si è addormentato ubriaco. Chiama qualcuno ma si accorge presto di essere rimasto da solo dentro il teatro. Comincia a sentire freddo, il post sbornia ma soprattutto la vecchiaia si fanno sentire. Volge allora lo sguardo alla platea, vuota e buia, e nasce l’inquietudine: fa paura non avere un pubblico. Si apre una porta dal fondo: dall’ultimo camerino e con una vestaglia bianca, esce il suggeritore, Nikita Ivanic. Anziano anche lui, non indossa un pomposo costume, non ha casa ed è costretto a vivere in teatro.

Svetlovidov, scosso ed estenuato, dopo aver scambiato la bianca figura per qualche apocalittico arcangelo, si confessa, paragonando la vuota platea a una fossa. Inizia così un commosso e tragicomico viaggio nel tempo, un tempo che solo l’arte può piegare, dilatare o infittire secondo le esigenze del cuore.

Ne Il canto del cigno una scena semibuia è rischiarata dall’umile fiamma di una candela e dai quesiti che il vecchio attore pone a se stesso e al vuoto di un teatro, cassa di risonanza per eccellenza. Non c’è molto da vedere, non ci sono più maschere da indossare, ma, affinando l’ascolto e l’immaginazione, possiamo sentire un silenzio profondo quanto tutta la platea e un dialogo, fragile, intimorito, perseguitato dal tempo, che contiene l’eco colorato di vite fantasmagoriche.

Radiodrammi e adattamenti radiofonici, divagazioni artistiche sul Rigoletto e serate di varietà radiofonico compongono il programma di produzione originale che ha intrapreso quest’anno la Fondazione Teatro Metastasio con il suo Gruppo di Lavoro Artistico per Rete Toscana Classica. Una novità assoluta, anche sul piano nazionale, che contribuisce a recuperare e rinnovare una ricca, ma troppo spesso dimenticata, tradizione di composizione artistica pensata appositamente per la radio. In questi ultimi mesi, passati tra chiusure forzate e ripartenze zoppicanti, in molti hanno riscoperto il piacere dell’ascolto. L’arte prodotta dalla radio è invisibile, ma se ci si lascia incantare dalle voci, dalla musica e dalle parole, può smuovere profondamente l’immaginazione. La primavera della radio soffia su Prato.

di Anton ÄŒechov
traduzione Eridano Buzzarelli 
regia Clio Scira Saccà
voci Savino Paparella, Francesco Rotelli
a cura del Gruppo di Lavoro Artistico del Teatro Metastasio

registrazione Domina s.a.s./Andrea Benassai

postproduzione Clio Scira Saccà, Andrea Benassai

dal progetto L'arte invisibile. Radiodrammi, melo-radio e gallerie di varia umanità
a cura di Rodolfo Sacchettini
in collaborazione con Rete Toscana Classica

produzione Teatro Metastasio di Prato

17.03 / 2021 18.40

Il canto del cigno